Quando il problema non è il latte
“Perché alcune madri e alcuni bambini sembrano vivere l’allattamento come un’esperienza semplice e rassicurante, mentre per altri ogni poppata diventa una sfida?”
La risposta spesso sta nella tecnica: attacco scorretto, dolore, scarso trasferimento di latte, posizione scomoda difficoltà di gestione del flusso, ma a volte c’è qualcosa di più.
Dietro molte difficoltà di allattamento può esserci un sistema nervoso che fatica a sentirsi al sicuro, sia dal punto di vista materno che dal lato del bambino.
L’allattamento non è mai stato considerato “solo” un atto nutrizionale, bensì una vera e propria relazione alla base dello stesso attaccamento madre/bambino. Oggi, le ricerche più attuali, riconoscono nell’allattamento un potente processo di co-regolazione neurobiologica.
Durante una poppata infatti si sincronizzano contemporaneamente frequenza cardiaca, respirazione, attività vagale, regolazione endocrina, comportamentoe temperamento, comunicazione non verbale.
L’allattamento diventa quindi uno dei principali strumenti attraverso cui il sistema nervoso del neonato impara a regolarsi.
Non sorprende quindi che alterazioni della regolazione autonoma possano influenzare direttamente il comportamento alimentare.
Poppata, alta sensibilità e disordini sensoriali
Quando un bambino piange disperatamente al seno, si irrigidisce, vomita frequentemente, presenta reflusso, rifiuta il seno senza una motivazione chiara ed evidente, potrebbe evidenziare una particolare sua caratteristica che va oltre alla mera tecnica di allattamento.
In questi casi, dopo avere escluso, con occhio attento e cornice esperta (come è propria di un IBCLC) problematiche riconducibili all’allattamento, è bene fermarsi un attimo e chiedersi: “Che cosa sta cercando di comunicare il suo sistema nervoso?”
La teoria polivagale di Stephen Porges offre una cornice estremamente utile.
Il sistema nervoso valuta continuamente se l’ambiente è sicuro, incerto, minaccioso. Questa valutazione, definita neurocezione, avviene automaticamente.
Quando prevale la sicurezza, il bambino può succhiare, deglutire, digerire, guardare il volto della madre, apprendere in modo efficace e sereno.
Quando prevale invece la minaccia, l’organismo dà priorità alla sopravvivenza. La digestione rallenta, la coordinazione suzione-deglutizione-respiro può alterarsi, possono comparire irrigidimento, pianto, rifiuto del seno, vomito o vere e proprie crisi di disregolazione nelle quali il bambino cerca il seno ma non riesce nemmeno a percepirlo, oppure instaura un pianto infinito senza che nulla lo possa calmare, fino arrivare allo sfinimento energetico.
Anche la distinzione tra alta sensibilità e disregolazione sensoriale ed emotiva sono importanti.
Una persona altamente sensibile possiede generalmente un sistema nervoso molto ricettivo ma ben organizzato. Il bambino con disregolazione sensoriale, invece, fatica a modulare gli stimoli.
Il primo percepisce molto. Il secondo fatica a gestire ciò che percepisce.
Per l’IBCLC questa distinzione è importante perché modifica profondamente il tipo di sostegno da offrire.
Regolazione sensoriale materna e neurodivergenze
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca recente riguarda la regolazione reciproca.
La madre non influenza soltanto il bambino attraverso il latte, ma lo influenza attraverso il tono della voce, il ritmo respiratorio, il contatto, l’espressione del volto, il proprio stato neurovegetativo.
Se la madre vive una condizione di ipervigilanza dopo un parto traumatico o una lunga esperienza di ricovero neonatale, anche la relazione alimentare può diventare più difficile. Entrambi i sistemi nervosi stanno cercando contemporaneamente di ritrovare sicurezza ed entrambi rischiano di condizionarsi reciprocamente, sia in senso positivo che negativo.
L’allattamento come terapia microsensoriale
Uno dei concetti più affascinanti emersi negli ultimi anni è che l’allattamento possa rappresentare una vera e propria terapia microsensoriale quotidiana.
Ogni poppata offre infatti centinaia di micro-esperienze regolative: odore, temperatura corporea; contatto pelle a pelle; sincronizzazione respiratoria, modulazione vestibolare, esperienza propriocettiva, comunicazione emotiva ed energetica.
Quando il sistema nervoso riesce a vivere quell’esperienza come sufficientemente sicura, senza disagi fisici marcati, con relativa efficacia, con competenza di gestione del trasferimento di latte in sicurezza, con tono posturale adeguato, circondati da un ambiente sensoriale né eccessivo né troppo scarso, ecco che la poppata diventa davvero terapeutica.
Quando invece sono presenti dolore, reflusso patologico, disfagia o importanti difficoltà sensoriali, è necessario intervenire in modo specifico, riducendo la minaccia percepita e costruendo gradualmente esperienze alimentari positive.
In caso di necessità può essere necessario desensibilizzare, riequilibrare il tono, adeguare gli stimoli sensoriale, emotivi ed ambientali, modificare la postura o inviando a terapie specifiche per quella situazione.
Come un IBCLC può sostenere una diade con queste caratteristiche?
Prima di tutto occorre conoscere meglio anche questi aspetti e non solo focalizzarsi sulla parte tecnica dell’osservazione della diade o meglio, imparare ad osservare la diade anche tenendo conto di questi aspetti. Imparando, con esercizio e pratica adeguata a riconoscere i segnali di disregolazione e a leggere anche “il non detto”, “il corporeo”, lo stato energetico della diade.
Questo richiede competenza e specifica formazione, ma anche solo avere una maggiore attenzione a certi aspetti, può fare la differenza, non perché deve sostituirsi allo specialista di riferimento, ma per permettere alla diade di fidarsi e affidarsi in modo sicuro e nel pieno rispetto della loro situazione e per attivare i giusti invi ad altri professionisti qualora necessario.
Forse la vera competenza di un IBCLC non consiste nell’imparare nuove tecniche, ma nell’imparare ad osservare, prima ancora che a correggere.
Perché dietro un bambino che rifiuta il seno, una madre che vive ogni poppata con ansia o una diade che sembra “non funzionare”, potrebbe esserci un sistema nervoso che, prima di tutto, sta chiedendo di sentirsi al sicuro.







