In uno dei nostri momenti di confronto e formazione (“Inside the Journal”) aperti alla Community di Formazione Allattamento la collega IBCLC Silvia Mozzone, infermiera ed osteopata, ha presentato i dati di un questionario da lei ideato e dedicato alla relazione tra consulenti in allattamento IBCLC e osteopati.
Un confronto che ha portato alla luce non soltanto le potenzialità della collaborazione, ma anche le difficoltà, le sovrapposizioni di competenze, la necessità di una maggiore conoscenza reciproca.
Multidisciplinare non significa ancora interdisciplinare
Silvia Mozzone parte da una distinzione che può sembrare terminologica, ma che ha invece conseguenze molto concrete sul modo di lavorare.
«Utilizzare alcuni termini come multidisciplinare, interdisciplinare e transdisciplinare è facile, molto è difficile viverli.»
La multidisciplinarità mette insieme professionisti che si occupano dello stesso problema, ma che possono continuare a lavorare sostanzialmente in parallelo, scambiandosi occasionalmente informazioni.
L’interdisciplinarità implica invece una condivisione maggiore: i professionisti cercano di condividere il caso, la diade, le informazioni e, quando possibile, anche modalità comuni di valutazione e di intervento.
La transdisciplinarità rappresenta un livello ancora più complesso, nel quale le competenze vengono integrate e le strategie vengono co-create, mantenendo però la specificità professionale di ciascuno.
Come sottolinea Silvia Mozzone, non possiamo limitarci a utilizzare questi termini perché suonano bene nei convegni: sono competenze professionali che devono essere costruite. E l’allattamento rappresenta uno dei contesti nei quali questa capacità diventa particolarmente necessaria.
Il ponte e la chiave di volta
Una delle immagini più efficaci proposte durante l’incontro è quella del ponte romano.
I professionisti e le loro competenze sono i mattoni. Ma perché il ponte possa essere stabile serve un elemento centrale: la chiave di volta. Nella metafora di Mozzone, quella chiave di volta è la persona, mentre il sapere condiviso permette all’intera struttura di essere portante. È una metafora che restituisce bene ciò che dovrebbe accadere anche nell’assistenza alla diade madre-bambino: non sono le professioni a dover diventare il centro del percorso, ma la persona e il suo bisogno.
E proprio per questo diventa fondamentale che ciascun professionista sappia riconoscere da quale lato del ponte sta parlando.
«È molto importante per la persona comprendere se io sto dicendo questa cosa perché ho una competenza di un certo tipo, o perché ho una competenza di un’altra.»
Quando un professionista possiede più formazioni, il rischio è quello di mescolare competenze differenti senza esplicitarne l’origine. Questo può essere utile in alcuni contesti, ma può anche rendere meno chiaro per la famiglia chi sta facendo cosa e sulla base di quale competenza.
La chiarezza, quindi, non è un dettaglio comunicativo: è parte della qualità della presa in carico.
Il rischio non è avere molti professionisti. È non coordinarsi
Intorno all’allattamento possono ruotare moltissime figure professionali. Il problema nasce quando questa pluralità non diventa una rete, ma un percorso nel quale la famiglia viene continuamente inviata da un professionista all’altro.
Mozzone lo definisce con un’immagine molto concreta:
«Quando io vengo rimbalzato, sono nel chiaro ambito della presa in carico multidisciplinare, dove la responsabilità a un certo punto non si sa più di chi è: non è condivisa, ma diventa un rimbalzo fra vari professionisti.»
E allora dobbiamo porci una domanda fondamentale:
«Tutto questo crea vero supporto o caos informativo?»
È un passaggio centrale per chiunque lavori nel mondo infantile. Perché anche informazioni corrette, se non coordinate tra loro, possono produrre nella famiglia incertezza, sovraccarico decisionale e difficoltà nel capire quale indicazione seguire. L’allattamento, inoltre, è un ambito nel quale le informazioni ricevute dai professionisti possono avere un peso importante sulle decisioni della famiglia e sulla continuità dell’allattamento.
Gli esiti del questionario
Nel questionario rivolto alle IBCLC, oltre il 75% dei partecipanti ha indicato una scarsa conoscenza dell’allattamento da parte degli osteopati. Allo stesso tempo, tra le difficoltà della collaborazione sono emerse la sovrapposizione dei ruoli, l’appropriatezza delle competenze, la scarsa comunicazione e la difficoltà a costruire una vera rete professionale.
Ma il dato forse più interessante è che il problema non riguarda soltanto gli osteopati. Come osserva la stessa Mozzone: «Se somministrassimo la stessa domanda prendendo in considerazione altre professioni penso che la risposta sarebbe la stessa. Nel mondo scientifico, la cultura sull’allattamento è molto scarsa.» Sarebbe troppo facile quindi concludere che il problema sia semplicemente la scarsa preparazione degli osteopati sull’allattamento.
La questione è più ampia: quanto conosciamo davvero le competenze degli altri professionisti con cui collaboriamo? E quanto conosciamo i limiti del nostro stesso ruolo?
Il punto non è fare di più. È fare ciò che serve
Durante il confronto emerge anche una riflessione importante sul rischio di una crescente medicalizzazione e professionalizzazione dell’esperienza infantile.
Nel confronto che abbiamo avuto lo si dice chiaramente:
«Non tutti i bambini devono essere trattati.» E forse «Dovremmo farlo sempre tutti, il bagno di umiltà, perché sempre tutti ci crediamo un po’ troppo necessari.»
Si sposta quindi la discussione dalla contrapposizione tra professioni alla responsabilità individuale di ogni professionista. Il nostro valore non aumenta perché proponiamo più interventi, più visite o più trattamenti. Al contrario, una buona presa in carico richiede la capacità di comprendere quando intervenire, quando non intervenire e quando inviare a qualcun altro.
Per farlo, però, dobbiamo conoscere davvero ciò che l’altro professionista sa fare.
«Se io non conosco cosa fa l’altro, non posso essere specifico nè efficace.»
La conseguenza è molto concreta: se non conosciamo le competenze reciproche, rischiamo di proporre alla famiglia una quantità crescente di interventi semplicemente perché non sappiamo individuare con precisione quale sia quello realmente necessario.
E questo ha anche un costo: economico, organizzativo, emotivo e soprattutto in termini di tempo per la famiglia.
Fermare il “riflesso di correzione”
Tra i passaggi più interessanti che è emerso è anche quello che riguarda il nostro modo di reagire quando incontriamo un professionista che dice o fa qualcosa con cui non siamo d’accordo.
Mozzone riprende una frase ascoltata durante un precedente incontro IBCLC: «Stoppa il tuo riflesso di correzione!» E la trasforma in una domanda professionale:
«Chissà cosa c’è di dietro? Perché questo professionista dice questo? Perché questa mamma dice quest’altro?»
Non significa rinunciare alla competenza o accettare informazioni scorrette. Significa però imparare a indagare prima di correggere, soprattutto quando si parla di lavoro interdisciplinare. Se vogliamo davvero parlare di transdisciplinarità, dobbiamo lavorare anche sulla nostra tendenza a categorizzare rapidamente gli altri professionisti, a partire dalle esperienze negative che abbiamo avuto.
Durante la discussione, una collega ostetrica, richiama proprio questo rischio, sottolineando quanto sia pericoloso trasformare alcune esperienze negative con singoli professionisti in giudizi generalizzati su un’intera categoria. È una riflessione importante per tutti: la collaborazione nasce anche dalla capacità di distinguere la critica a un comportamento dalla delegittimazione di una professione.
La relazione scritta come strumento di collaborazione
Un altro tema emerso riguarda la documentazione scritta a fine trattamento o fine consulenza. La relazione conclusiva può diventare uno strumento per rendere visibile agli altri professionisti ciò che è stato osservato, quali interventi sono stati effettuati, quali ipotesi sono state formulate e quali sono gli obiettivi del percorso.
Elena, ginecologa ed IBCLC, sottolinea proprio questo aspetto, evidenziando l’importanza della relazione anche per rendere più chiara e oggettiva l’interazione tra professioni. Anche Sofia, ostetrica e IBCLC dopo ogni consulenza redige un report dettagliato e invita la famiglia a mostrarlo al pediatra. Così facendo anche il pediatra può finalmente comprendere che cosa fa realmente l’IBCLC durante una consulenza. E questa diventa una modalità semplice, ma potente, per costruire fiducia professionale e riconoscimento del ruolo.
L’incertezza non è un fallimento
Un altro tema emerso nella parte finale dell’incontro riguarda la complessità. Nei percorsi complessi nessun professionista possiede una “sfera magica”. Mozzone lo esprime con particolare chiarezza parlando del lavoro con i bambini:
«I bambini sono dei sistemi complessi.»
Un intervento produce un input, ma l’esito non può essere sempre previsto con certezza.
«Dobbiamo anche imparare molto a lavorare sull’incertezza, e a comunicarla.»
E soprattutto: «Non voler esprimere la risoluzione. Va bene il cammino che stiamo facendo, cioè stare più sul cammino che sui risultati.»
È una prospettiva preziosa anche per l’allattamento. Essere professionisti competenti non significa promettere alla famiglia che il problema sarà certamente risolto entro un determinato numero di sedute. Significa saper formulare ipotesi, definire obiettivi realistici, monitorare ciò che accade, modificare il percorso quando necessario e comunicare con onestà ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo.
E l’IBCLC dove si colloca?
In questo quadro complesse emerge quindi la necessità di una figura che sia in grado di mantenere una visione complessiva del percorso della diade e di favorire il collegamento tra le diverse competenze. Per noi di Formazione Allattamento, questo è uno degli aspetti che riteniamo centrali nel ruolo dell’IBCLC.
L’IBCLC non deve diventare il professionista che “sa tutto” e nemmeno quello che decide cosa devono fare tutti gli altri. Deve, piuttosto, conoscere profondamente il proprio ambito, riconoscere quando una situazione richiede altre competenze e saper costruire una rete intorno alla famiglia.
Allo stesso tempo, la discussione ha richiamato l’importanza di un coordinamento del percorso di cura, soprattutto quando sono coinvolti aspetti sanitari complessi. Mozzone osserva che il pediatra, in quanto responsabile della presa in carico sanitaria del bambino, può rappresentare un importante punto di riferimento per il coordinamento.
«Non perché devo chiedere l’autorizzazione, ma perché è una questione di responsabilità condivisa.»
È un modo di intendere la collaborazione che non riduce l’autonomia delle diverse professioni, ma la rende più sicura e leggibile.
Dalla competizione alla corresponsabilità
Non abbiamo quindi bisogno di professionisti che sappiano fare tutto, ma di professionisti che sappiano bene cosa sanno fare, cosa non sanno fare e chi coinvolgere quando serve.
Abbiamo bisogno di conoscere le competenze degli altri prima di inviare una famiglia da loro. Abbiamo bisogno di comunicare tra noi, di documentare ciò che facciamo, di condividere aspettative e obiettivi.
E abbiamo bisogno di ricordare che la famiglia non è il luogo nel quale le nostre differenze professionali devono essere risolte. La famiglia dovrebbe trovare una rete capace di semplificare la complessità, non di aumentarla.
Perché una rete professionale non è fatta dalla quantità di professionisti coinvolti. È fatta dalla qualità delle connessioni che riescono a costruire.






